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lunedì, novembre 10, 2008

Quando Ale diventa super zia e altre cose

L'esatta percezione di quello che mi aspettava l'ho avuta quando il titolare del cinema- che mi conosce da una vita e con cui spesso chiacchiero di film- mi ha guardato con una punta di compassione e mi ha detto: "Alessà te lo faccio pure a te il ridotto" e poi, rivolgendosi alle mie due nipotine di 7 e 9 anni, ha affermato dogmatico: "Lo sapete già, ma vi deve volere davvero bene per vedere questo film con voi".
E sì, perchè ieri pomeriggio super zia Ale ha acconsentito alla richiesta improvvisa fatta a pranzo dalla primogenita: voglio andare al cinema. A vedere che? High School Music III!!!!!!!!!!!!!!!!!



Ok. Prendi il giornale e vediamo dove lo fa e a che ora. Il cuore mi si è allargato e non ho potuto più resistere quando, una volta scoperto che c'era sia in un comune più vicino a dove vivono loro e dove ci trovavamo in quel momento alle 16.30, sia nella mia città alle 17.30, la primogenita fa: "Andiamo a Castellammare che è più bella!!!!". Stabia pride forever!!! E ci siamo messe in auto

Lontano anni luce dai pantacollants sdruciti di "Fame" e di quei miti di Leroy e compagni, neanche per un filo simile alle emozioni de "Il Tempo delle Mele" - vabbè ho capito che sto dimostrando tutta la mia vecchiaia!!!!-





il film è un polpettone musicale, finto film generazionale con questi che, finito il liceo, sognano uno splendido futuro nei college targati USA, magari anche affermando un minimo di identità propria senza che, però, sia passata in un vero conflitto generazionale. Ma tant'è!!!

Lo sapevo, sapevo tutto. Ma non ho resistito a essere per un pomeriggio super-zia, anche perchè mi sono detta: "Queste due hanno la possibilità di vedere qualsiasi cosa su SKY, conoscono a memoria film di Disney e dintorni, eppure sono affascinati dalla magia del cinema". Perchè, diciamocelo, andare a cinema è tutta n'ata storia rispetto al film visto stravaccati sul divano di casa. Le luci che si spengono, i por corn, i mormorii della gente, la piena sospensione dell'incredulità...

e quindi film!!!!!
piccola soddisfazione: entrambe hanno ammesso che ratatouille, primo film visto insieme l'anno scorso al cinema, era più bello!!!!

un pensiero: miriam makeba è morta sul palco di castelvolturno dopo aver cantato contro il razzismo e la camorra nel concerto di chiusura degli Stati Generali della Scuola, cui ho partecipato sabato mattino. Omaggio a lei!


un invito: splendido pezzo di d'avanzo oggi su repubblica e i fatti della diaz, cliccare per credere
http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/g8-genova-4/giorno-giudizio/giorno-giudizio.html

domenica, luglio 27, 2008

Sconfitti



Ferrero ha trovato l'accordo con le altre mozioni e la mozione 2 sarà sconfitta, nonostante abbia raccolto più voti e delegati delle altre prese singolarmente in tutta Italia

Nichi, siamo stati sconfitti. E c'è già chi parla di scissione, fuoriuscita... no... non serve... restiamo nel partito che tu non hai mai detto di voler sciogliere e continuiamo a ricostruire

Dal congresso le parole di Nichi

magari vi annoio.... ma questo congresso è troppo importante, non solo per rifondazione, ma per tutta la sinistra. sul blog di nichivendola.it il suo intervento al congresso si può anche ascoltare. non sono riuscita a postarlo qui, dove semplicemente lo copio e incollo, anche se guardare il video magari aiuta di più l'attenzione. Chi ha voglia di capire un po' di più del pensiero della mozione 2, accusata di non essere abbastanza comunista o cmq non abbastanza capace nell'individuare gli errori ed assumersene le responsabilità, lo legga... senza pregiudizi... senza chiusure.... davvero non servono in queste difficili ore per la vita di un partito che dovrebbe fare da motore per la rinascita della sinistra

mi fermo che l'intervento già è lungo (francè ma una faccia meno afflitta, preoccupata e sconsolata mentre l'ansa ti riprendeva dietro nichi no eh????)



Siamo qui, insieme, segnati da tante nostre stanchezze, bisognosi di misurare tutta la lunghezza della nostra sconfitta, ma anche sfibrati dalla pesantezza delle nostre divisioni. Ma qui, insieme, nelle forme che la razionalità politica saprà suggerire, dobbiamo ritrovare il bandolo di quella matassa che si è ingarbugliata: disarmando le parole che hanno acceso l’odio e spento la politica, riannodando i fili spezzati delle relazioni personali, non occultando le diversità (di cultura e di strategia) ma esercitando coerenza rispetto all’idea che le diversità non sono una minaccia ma una ricchezza. Appunto, imparando a conoscerci piuttosto che a prenderci reciprocamente le impronte digitali, imparando a confrontarci tra noi non col metro delle nostre biografie e delle nostre pregresse appartenenze, bensì col gusto di metterci in gioco, di far vivere le sensibilità come preziosi punti di connessione con interessi e protagonisti sociali, di scambiarci esperienze ed idee: altrimenti anche la nostra democrazia interna sarà una saga di anime morte, non allargamento e arricchimento, non capire di più e sentire di più e raccontare di più, ma semplicemente contarsi, separarsi, mummificarsi in un correntismo che ci chiude in noi stessi e nelle nostre fissità.

Non sto invocando il galateo né ponendo una pura questione metodologica: le forme della nostra convivenza dicono per intero la cifra della nostra cultura politica, ovvero della nostra capacità di attraversare il deserto della sconfitta, non per cercare un riparo, un’oasi ideologica o un bunker burocratico, ma per ritrovare un orizzonte di speranza per rimettere a punto una mappa e ridarci un orientamento, perché la nostra offerta di politica possa incrociare una diffusa domanda di senso.

Non abbiamo perso solo noi, non abbiamo perso solo le elezioni. Abbiamo perso molto di più: un intero abbecedario civile, un universo di simboli e valori, persino una certa cognizione generale di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto. Abbiamo perso la sfida del Novecento: quella contesa di classe e di civiltà che ha trasmutato il lavoro da merce povera e sporca, da compravendita di braccia, da dimensione biologica e privata, in epopea di ribellione e dignità, in dimensione sociale e narrazione corale, in emersione di un popolo che perdeva le fattezze opache della plebe e assumeva il volto nitido del moderno proletariato delle campagne e delle città. Il lavoro, fondamento costituzionale della democrazia repubblicana, pietra angolare di un duraturo e contrastato processo di incivilimento, oggi sembra regredito a quel fangoso punto di partenza: mercificato, alienato, parcellizzato, spogliato di legami sociali, , sempre più povero di tutele, nemmeno più raccontato o rappresentato se non nelle sequenze mortuarie delle cronache degli incidenti.

La solitudine operaia è il prodotto finale di questa scientifica frantumazione dei corpi sociali che crepano di liberismo, di precarietà, di concertazioni che concertano la resa, di corporativismo che hanno progressivamente spoliticizzato le questioni del salario, dell’orario, persino della disoccupazione. E’ la solitudine di chi trova più consolazione nella cocaina che non nel sindacato. I contratti atipici sono la tipicità del lavoro intermediato da un caporalato arcaico e ipermoderno, di borgata e planetario. La precarietà è il racconto generale del lavoro senza classe. E rimbalza dal recinto produttivo fin dentro ogni interstizio della vita, di quella nuda vita che galleggia nella società liquida, di quella vita subordinata e serializzata, magari di quella vita migrante che precipita fuori di metafora e nella società liquida letteralmente affoga.

Solo il mercato è solido, è l’unica terra, l’unico orizzonte, l’unica neo-socialità che residua nel tempo dell’individualismo proprietario: individui proprietari forse di null’altro che di pulsioni al consumo. Se non posseggono niente sarà colpa delle mani agili di un fanciullo rom o sinti o extra comunitario o extra terrestre: tagliare quelle mani, ammanettarle, manipolarle, manometterle, sarà la fantasia punitiva e l’ideologia vendicativa da offrire alla platea vastissima dei proprietari senza proprietà e dei ceti mediocri.

Il capro espiatorio è una dura incombenza sociale, lo individui e lo bracchi e lo sacrifichi a qualche dio non per sadismo spirituale ma per necessità economica: indicare un nemico rinsalda il senso di appartenenza alla propria comunità, consente di trovare un colpevole delle inquietudini collettive, nelle stagioni di crisi e recessione sposta il tiro del disagio proletario su bersagli sottoproletari. La guerra tra poveri torna come idea di governo della transizione: ma è ovviamente un governo di guerra, una epifania di ombre premoderne che ottenebrano il diritto e limitano i diritti mentre le garanzie di libertà perdono il proprio respiro universalistico e diventano volgari guarentigie per l’establishment.I ricchi e potenti invocano l’habeas corpus e non tollerano che le loro voci siamo intercettate, mentre per i poveri e per gli irregolari vale la dura lex che alla pena del vivere aggiunge pene supplementari, pene grondanti pedagogie autoritarie, pene senza delitto, castighi senza colpa: per punire i poveri e perpetuare la povertà per punire i disobbedienti ed eternizzare l’obbedienza.

Se la precarizzazione della società alimenta un crescente dolore sociale, la risposta del potere sarà una produzione seriale di paure. La destra è una gigantesca fabbrica di paure. E dunque più precarietà comporterà più repressione, il mercatismo sarà accompagnato dal sorvegliare e punire di quella deriva securitaria che è già scritta dentro la nostra attualità politica.

E la Chiesa ratzingeriana spaventata dai ritmi violenti della secolarizzazione, si ergerà a sua volta come magistero della paura: paura dei desideri, paura della soggettività femminile, paura della libertà. E la sua gerarchia si sentirà protetta dagli imprenditori politici del ciclo della paura che la ricambieranno appaltandole il privato sociale, anzi la privatizzazione confessionale del sociale. Quanto lontane suonano le parole della “Gaudium et spes” e che cesura radicale dalla temperie di quel cattolicesimo conciliare che si apriva alla storia e progettava una Chiesa compagna del mondo.

Nel mappamondo della precarietà scompaiono modi secolari di produzione di socialità: la città si spezza in cumuli di periferie, anzi si generalizza la forma di periferia che storicamente rappresenta la sintesi mirabile dell’alleanza tra rendita fondiaria e speculazione edilizia; si vive in non-luoghi; si struttura una condizione di nomadismo coatto, il mito delle radici è la sublimazione retorica di uno sradicamento senza precedenti. Le comunità si aggrappano ai territori, mere astrazioni geografiche assumono la dimensione di piccole patrie, un microcosmo di terra e sangue offre surrogati di identità e persino alfabeti politici. In questi spazi volatili, in questi tempi senza memoria e senza futuro, le generazioni faticano a raccontarsi e a scambiarsi storie e sentimenti: i vecchi vengono delocalizzati come esuberi dell’economia domestica, i bimbi con i crediti e i debiti scolastici vengono ammaestrati al mercato e alla competitività, l’educazione permanente della gioventù è affidata alle veline e ai velinari.

Su questo piano inclinato è scivolata la sinistra. I nostri riferimenti sociali non ci hanno più capito: loro perdevano reddito e certo non guadagnavano in servizi, e poi perdevano in previdenza e poi perdevano in Welfare, alla fine hanno perso anche la pazienza e si sono congedati da noi, dal liberismo temperato del centro-sinistra ma anche dalle intemperanze improduttive della sinistra radicale.

Tra il governo Prodi e il Paese reale vi è stato un terribile cortocircuito di intelligenza sociale e di efficacia politica. E al vuoto che si andava formando a sinistra noi abbiamo opposto - bisogna dirlo anche se è facile dirlo con il senno di poi - non una grande costruzione corale, una disseminazione di cantieri, una rete di pratiche sociali e la incubazione nell’immaginario collettivo di un’idea, di un programma, di un sogno: no, abbiamo opposto la precaria convivenza di apparati e infine un cartello elettorale. Quella sinistra arcobaleno affogata nel diluvio di aprile. Mentre il Pd consumava tutte le sue eredità nella velleità di un’autosufficienza che in realtà indicava il compimento dell’esodo dalla storia del movimento operaio e il congedo (da destra) delle culture politiche novecentesche. E quindi non solo la destra ha vinto, ma noi abbiamo perso.

La destra ha prima convinto e poi vinto, e non solo nelle urne, ma nei sogni e negli incubi dell’opinione pubblica: ha vinto contro le tasse e contro la casta e contro gli zingari e contro i trans, ha vinto contro i fantasmi del pianerottolo e contro la monnezza del sottoscala. Ha vinto la lingua della destra, un impasto di plebeismo piccolo-borghese e di perbenismo clericale che sintonizzano le veline di Mediaset con l’industria del sacro, l’Isola dei famosi con l’ampolla del Dio Po, le telefonate oniriche di Berlusconi con le piroette no-global di Tremonti. Questa destra gioca con disinvoltura estrema la partita dell’egemonia, costruisce parole e scenografie suggestive, “parla come mangia” e entra dritta nello stomaco popolare: ma le sue scelte di politica economica hanno il segno della ferocia classista, i salari e le pensioni languiranno a lungo nella foresta di Sherwood ma di Robin Hood non vi sarà traccia, i tagli alla spesa pubblica saranno una secca decurtazione di diritti e di servizi socio-sanitari. Benetton forse salverà Alitalia, ma il salvataggio al netto di migliaia di esuberi, lo pagherà con i rincari delle tariffe autostradali e il federalismo viene annunciato mentre il Sud viene saccheggiato di risorse finanziarie e persino delle prerogative di spesa dei fondi comunitari.

Questo è lo scandalo contro cui scendere in piazza e ricostruire un blocco sociale di opposizione: non c’è bisogno di volgarità per opporsi, c’è bisogno di politica. Di una politica centrata su una incandescente questione di disuguaglianza e di ingiustizia sociale. Le leggi ad personam sono oscene, ma non sono più oscene delle norme razziali. O della voglia di mutare le regole di ingaggio per i soldati italiani impegnati in Afghanistan. O del ritorno al business nucleare. O della cancellazione delle sanzioni alle imprese che violano le norme sulla sicurezza dei lavoratori. Bisogna costruire una vasta e ricca mobilitazione permanente, una opposizione plurale, civile e sociale, alle destre.

È il primo compito di Rifondazione, anche nella contesa senza sconti e senza anatemi con il partito veltroniano, discutendo e costruendo luoghi comuni con le altre forze della sinistra di alternativa, predisponendosi alla battaglia elettorale per le amministrative del prossimo anno. E preparandosi a far vivere le pure imminenti elezioni europee non come un banale terreno di rivincita, ma come la prosecuzione della lotta della “sinistra europea” che deve raccogliere e capitalizzare il disagio continentale verso il modello di unificazione dettato dall’Europa delle tecnocrazie e delle banche.

Bisogna tornare nella società, non fuggendo dalla politica, anzi criticando in radice qualunque sciagurata ipotesi di autonomia del sociale e di autonomia del politico. Il politicismo è una prigione. Ma l’esodo dalla politica è la rinuncia al cambiamento. Se non concordiamo su questo, a che vale citare i classici o celebrare Gramsci?

Un partito politico lo si può sciogliere in tanti modi. Per decisione soggettiva dei suoi gruppi dirigenti. Ma anche perché lo si lascia deperire, non lo si alimenta, non lo si ossigena. Io non voglio sciogliere il mio partito. Voglio che viva ma per vivere dev’essere sempre fedele al suo nome e dunque infedele ai richiami della nostalgia e dell’identitarismo: fedele al compito di rifondare. Se stesso, un’idea del mondo, una pratica della trasformazione. E di rifondare una grande sinistra di popolo.

Vorrei un partito aperto, curioso, promotore di partecipazione, capace di ascolto, libero da quella boria che ci rende spesso accademici della chiacchiera. Vorrei in questo partito tenere vivo e costante il confronto sui pensieri lunghi, sugli orizzonti strategici, sapendo che il comunismo è un cammino impervio, che dovremmo imparare a seminare senza la fretta di guadagnare il raccolto, che dovremmo porre correttamente e con radicalità le domande a cui cerchiamo risposta: domande di senso, di qualità del vivere e anche del morire, di qualità del produrre e del consumare, domande sui nostri corpi sessuati e sulla grammatica degli amori, domande sui dilemmi della biopolitica e sulle ferite della biosfera, domande sulla violenza sublimata in potere e dal potere esercitata in regime di monopolio, disseminata attraverso i suoi apparati, perfino sacralizzata.

In ciò che vi ho detto vi è la proposta di una ricomposizione della nostra comunità politica. Vi è una ipotesi di governo del partito sulla base di una piattaforma programmatica. Per me, in questa fatica congressuale, non vi è null’altro che non sia tutto intero il senso della mia militanza e della mia vita.
Nichi Vendola, Chianciano 25.07.08


ps
ma vi ricordate com'era bella la sua campagna elettorale alle regionali del 2005?

sabato, luglio 26, 2008

Compagno Fausto, la strada che indichi è quella giusta

non ho ancora sentito i compagni che sono a chianciano, ma dopo aver letto questo pz mi spiace ancora di più non essere li
copio e incollo da Repubblica.it



CHIANCIANO - Il compagno Fausto prende la parola, vola alto, parla di Politica, dice molte cose di sinistra, lascia i salotti, torna in piazza e mette d'accordo tutti. Dopo mesi di liti, processi e colpi incrociati che hanno ridotto Rifondazione a un mucchio di nodi in apparenza senza soluzioni, il VII congresso ritrova una sua unità e una sua strada. Quasi un miracolo rispetto al clima di tensione che ancora si toccava negli interventi immediatamente precedenti quelli dell'ex presidente della Camera. Un miracolo che può essere misurato con i 27 applausi che hanno scandito un discorso lungo 24 minuti; nei 30 secondi di applausi con cui è stato accompagnato dalla seggiola in settima fila fin sul palco; e nei sette minuti e mezzo di standing ovation finale esplosa dalla platea dei 650 delegati stracolma come non mai. Un infinito, appassionato abbraccio all'uomo che ha portato Rifondazione all'8,5 per cento e a un passo dalla tomba aggregando la Sinistra-L'Arcobaleno. Un miracolo, infine, che ha la faccia delle decine di persone con gli occhi lucidi, con la guance rigate dalle lacrime, soprattutto donne. E dello stesso Bertinotti che dopo tutto torna al microfono e dice, mano sul cuore: "Grazie per tutto quello che mi avete dato in questi anni, vi voglio bene".

Dopo la sconfitta l'ex segretario non aveva più parlato in pubblico dello tsunami elettorale e di come fare per ritrovare una strada. Interventi spot che rinviavano sempre a oggi, al congresso. "Oggi" è arrivato, con molte paure, il timore dei fischi e delle vendette tipiche dei congressi che devono mettere un punto e fare i conti. Non c'è stato neppure un fischio. Anche perché, abilmente, Bertinotti è stato molto attento a non sfiorare mai il tema delle divisioni interne, delle ben cinque mozioni che rischiano di frantumare Rifondazione. "Si può cominciare da tante parti, io scelgo di cominciare dalla crisi di moralità, di quando si smette di scandalizzarsi di un governo che ogni giorno distrugge i principi della Costituzione, che attacca la scuola fondamento della democrazia e annulla l'insegnamento di don Milani" attacca Bertinotti, maglietta blu e giacca a righe, dimagrito ma grintoso. Sono le 12.30, scatta il primo di una lunga serie di applausi, più di uno al minuto.

"Fare e essere opposizione". E' un compito "enorme" dice l'ex segretario che parla come delegato di Cosenza, "specie contro questo governo". Un compito che deve partire "dalla costruzione di un nuovo senso di appartenenenza e di comunione". Quella del 13-14 aprile è stata una "sconfitta storica" soprattutto perché "la cultura di sinistra in questo paese è minoritaria e quella di destra maggioritaria". L'esperimento della Sinistra-L'Arcobaleno ha "aggravato l'esperienza fallimentare del governo Prodi". Ma quello che sciocca è vedere che "il malcontento trova sfogo ed esito nella destra". "Quando un operaio tesserato per la Fiom va a votare Lega non è uno sciocco ma vuol dire che è stata tradita un'attesa. Noi dobbiamo essere in grado di riproporre la stessa attesa". Per farlo occorre "un'operazione politico-culturale per ricostruire la sinistra, antagonista, che rischia di scomparire in Europa". Il nemico da combattere, poi, "non è solo Berlusconi" ma questo "capitalismo totalizzante e incivile" e "l'individualizzazione del conflitto fino all'estremo atto del sabotaggio". Il nemico è il principio del "dividi e comanda". Anche per questo va difeso il sindacato.

Ricominciare "dal basso con processo costituente". "Ricominciamo" è la parola d'ordine del congresso. Campeggia in tutti i manifesti, ovunque nel parco termale di Chianciano. Ma da dove? "Dal basso" dice Bertinotti. Dopo una sconfitta come questa "non ci si può più sbagliare". Ammette che "sono state sconfitte tutte le ipotesi di unità a sinistra" ma quello che comunque serve adesso è un "processo costituente", parola maledetta per il congresso, quella che divide, che fa impazzire la mozione 1 di Ferrero ma non parte neppure un fischio. Ora serve "qualcosa di diverso", più che "assemblare l'esistente si deve tornare al contributo dei singoli". Allora ripartire dalle "case del popolo, dalla non-delega", da questa assemblea e da questo congresso, sempre però "innovando perché nessuno ha mai ricominciato tornando sui suoi passi".

Le allenze: né col Pd, né con Di Pietro. E' uno dei momenti in cui la platea si spella maggiormente le mani. "Il Pd non ha i fondamenti per essere partito di opposizione" e "la politica populistica di Di Pietro non è di sinistra, anzi è di destra". L'opposizione da sinistra non può che "essere costruita da sinistra". Quello che serve è "ricostruire un nuovo movimento operaio". E attenzione alle parole: "Nuovo perché la classe operaia è cambiata" e movimento, cioè, e cita Marx, "quello che cambia l'ordine delle cose". Quello che serve è costruire il "socialismo del XXI secolo". E' l'apoteosi.

Reazioni. Applaudono tutti. Anche Ramon Mantovani, molto critico con Bertinotti in questi mesi, e che in mattinata aveva detto dal palco: "Sono nostalgico del partito del 1995, che mobilitava migliaia di persone nelle piazze". E Paolo Ferrero, leader della mozione 1, quella che si oppone a Vendola (documento 2) e quindi anche a Bertinotti. "Sul passaggio relativo alla Costituente non sono d'accordo - dice l'ex ministro - per il resto mi sembra un intervento da mozione 1". Gli è piaciuta molto la ripartenza del basso: "Per molto meno, mi avrebbero accusato di volere l'autonomia del sociale dal politico".

Solo tra qualche ora, al massimo domani, si capirà se il compagno Fausto è riuscito a fare il miracolo, a ricomporre ciò che è frantumato. "La nostra parola è di nuovo liberazione" quasi urla chiudendo l'intervento. E di sicuro, "non ci poteva essere un congedo migliore di questo".

(26 luglio 2008)

venerdì, luglio 18, 2008

Aspettando la sentenza sulla scuola Diaz


La sentenza per i fatti della caserma di Bolzaneto hanno rattristato, deluso, fatt arrabbiare moltissime persone... tante tra i miei net friend

La requisitoria per i fatti della scuola Diaz è stata dura almeno quanto quella fatta per Bolzaneto: 110 anni contro agenti e ispettori della Polizia accusati di aver fatto un vero e proprio blitz anche portando dentro le molotov

Con la speranza- divenuta lieve lieve negli ultimi giorni- che non vada a finire come per Bolzaneto voglio cantare... insieme a voi... le parole che Francesco Guccini ha dedicato a quelle calde giornate di un luglio di 7 anni fa, pienamente consapevole che resta amara e indelebile la traccia aperta di una ferita

Genova, schiacciata sul mare,
sembra cercare respiro al largo,
verso l'orizzonte.

Genova, repubblicana di cuore,
vento di sale, d'anima forte.
Genova che si perde in centro
nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate
a colpi come da archibugi.

Genova, quella giornata di luglio,
d'un caldo torrido d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo,
rombo di gente,
tesa atmosfera.

Nera o blu l'uniforme,
precisi gli ordini,
sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti,
l'odio di dentro come una scabbia.

Ma poco più lontano,
un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano
che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava
l'urlare estatico dei bambini.

Panni distesi al sole,
come una beffa,
dentro ai giardini.

Uscir di casa a vent'anni
è quasi un obbligo,
quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli,
ideali identici,
essere e avere,
la grande folla chiama,
canti e colori,
grida ed avanza,
sfida il sole implacabile,
quasi incredibile passo di danza.

Genova chiusa da sbarre,
Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista
attende un soffio di liberazione.

Dentro gli uffici uomini freddi
discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco,
morte e follia.

Si rompe il tempo e l'attimo,
per un istante,
resta sospeso,
appeso al buio e al niente,
poi l'assurdo video
ritorna acceso;

marionette si muovono,
cercando alibi per quelle vite dissipate
e disperse nell'aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente,
lenta agonizza,
fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta,
Genova muore.

Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto
con l'urlo alto delle sirene.

Poi tutto ricomincia
come ogni giorno
e chi ha la ragione,
dico nobili uomini,
danno implacabile giustificazione,

come ci fosse un modo,
uno soltanto,
per riportare una vita troncata,
tutta una vita da immaginare.

Genova non ha scordato
perché è difficile dimenticare,
c'è traffico,
mare e accento danzante
e vicoli da camminare.

La Lanterna impassibile
guarda da secoli
gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre,
quasi normale,
piazza Alimonda.

La "salvia splendens" luccica,
copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito
scorrendo rapido e irregolare.

Dal bar caffè e grappini,
verde un'edicola
vende la vita.

Resta, amara e indelebile,
la traccia aperta di una ferita

lunedì, giugno 23, 2008

Appello a Giorgio Napolitano per la democrazia

Rilancio qui una cosa presa dal blog de Il Russo. Io ovviamente ho firmato e inviato. Invito tutti i miei net-friends a fare altrettanto
I blog servono anche a questo... o no?



Lettera per il presidente della Repubblica, da Piazza Carlo Giuliani Onlus

Qui sotto c'è un testo che proponiamo a tutti di copiare (ed eventualmente modificare, integrare etc.) e sottoscrivere col proprio nome e cognome e di inviare al presidente della repubblica, attraverso il sito della presidenza della repubblica, a questo link https://servizi.quirinale.it/webmail/



Gentile presidente,
il parlamento sta per approvare una norma che bloccherebbe una serie di processi riguardanti fatti avvenuti prima del 30 giugno 2002. Fra questi vi sono i processi relativi ai fatti di Genova del luglio 2001, quando le garanzie costituzionali furono ripetutamente calpestate, come ormai accertato sul piano storico. La norma in questione bloccherebbe due procedimenti arrivati ormai alla vigilia della sentenza di primo grado. Nel primo, riguardante i maltrattamenti inflitti a decine di detenuti italiani e stranieri nella caserma di polizia di Bolzaneto, sono imputati 45 appartenenti alle forze dell'ordine: secondo il calendario fissato dal Tribunale di Genova, la sentenza è prevista entro la fine di luglio. Nel secondo processo sono imputati 29 funzionari e dirigenti di polizia per i pestaggi, le falsificazioni, gli arresti arbitrari di 93 persone (fra le quali 75 di nazionalità straniera) all'interno della scuola Diaz: la sentenza è attesa per il mese di novembre. Centinaia di vittime dirette dei soprusi e tutti i cittadini democratici - io fra questi - guardano al tribunale di Genova con una sincera aspirazione alla giustizia. Bloccando i processi alla vigilia della sentenza, la fiducia mia e di tutti i cittadini nella legalità costituzionale sarebbe irrimediabilmente compromessa. A Genova lo stato di diritto fu sospeso e furono compiuti abusi inconcepibili per un paese democratico: è inaccettabile - e pericoloso - che si impedisca alla giustizia di fare il suo corso. Per questo Le chiedo di intervenire, con tutti gli strumenti a sua disposizione, affinché nel nostro paese non si compia un simile arbitrio.

Cordialmente, un cittadino democratico, firma

lunedì, giugno 16, 2008

Sai che....



veltroni ha detto che se il governo continua così, lui interrompe il dialogo
sai che paura?!?!?!??
soprattutto dopo l'ennesimo 'cappotto' siciliano con 8 province su 8 andate al centrodestra, me lo vedo proprio silvio che trema....

a uolter, un po' di senso del ridicolo o della misura no, eh?
fusse ca fusse l'avvicinarsi dell'assemblea nazionale del PD a farti sparare cazzate più grosse del solito???????

mercoledì, giugno 11, 2008

Speranza



"bisogna costruire il senso, prima del consenso"

è un tempo di semina, che richiede tempi lunghi, umiltà e pazienza

il comunismo non è un modello, nè una risposta. è la domanda più radicale, più spigliata sulla trasformazione della società

oggi ho ascoltato niki vendola presentare a napoli la mozione, che porta per prima la sua firma, al congresso nazionale di rifondazione

e ho riscoperto che la politica è anche emozione, passione, senso di appartenenza...
merito anche del suo discorso in cui, bravissimo e appassionato oratore,ha mescolato con sapienza analisi politica e sociale, sincerità, storia, domande, poesia, versi, racconti di vita

voterò ancora più convinta la mozione

domenica, maggio 25, 2008

State sereni....

... chè è iniziata la tranquilla lunga notte di regime.....




immagini da Chiaiano-Napoli tratte d Repubblica.it (siano-ansa)

nota personale
buon viaggio zia ninuccia... scusami tanto se non sono passata a salutarti questa settimana. salutameli tutti. un bacio

domenica, aprile 20, 2008

Non avevo capito niente


quando ho visto questa scritta in quel di Farra di Soligo, nel profondo trevigiano- durante il week end dedicato a vinitaly, non ho resistito alla tentazione di prendere la macchinetta e scattare. Certa di avere tra le mani la dimostrazione di quanto siano ignoranti, e anche un po' beceri va, quelli del Nord Est tanto bravi a votare Lega e a schifare il sud.

Non avevo capito niente.

W I SPOSI non è un grossolano errore di ortografia. Ma semplicemente una scritta dialettale di auguri a una coppia che ha deciso di costruire insieme il resto della propria vita. E' dialetto, non ignoranza. Me l'ha spiegato subito il mio cognato preferito trevigiano doc. E la dimostrazione l'ho avuta poco dopo al ristorante dal nome altrettanto dialettale


insomma credevo di dimostrare l'ignoranza degli altri e ho dimostrato solo la
mia chiusura. In quella scritta c'era l'identificazione e la rivendicazione di un'appartenenza a un territorio e a una tradizione. Trasversale. Radicata. Vera.
Come trasversali, radicati e veri sono i voti che La Lega ha preso un po' in tutto il Nord. E continuare a considerarli come il risultato di becere considerazioni significa continuare a non capire niente.

Considerazione necessaria, forse scontata, ora che stiamo continuando a guardare alle macerie a sinistra del voto del 13 e 14 aprile. I fatti si conoscono: sinistra arcobaleno azzerata, nessuna rappresentanza istituzionale, i singoli partiti- rifondazione in testa- ora alle prese con la resa dei conti tra chi immagina di continuare sulla strada di un qualcosa di più ampio e chi pensa a un ritorno all'antico. E tanti elettori, militanti, gente che ci credeva che si sente assolutamente disorientata. Il fatto è che ci franava il mondo sotto i piedi a noi di sinistra e non avevamo capito niente.

Rappresentiamo chi? Rappresentiamo cosa? I dirigenti, i militanti, chi fa politica deve conoscerla e viverla la vita di chi vuole rappresentare per essere credibile e prendere qualche "votarello". Questo è tanto più vero a sinistra. E mi sa che in troppi casi la sinistra-tutta- si è allontanata dalle persone vere e concrete, con le loro paure, bisogni e sogni, per poterla rappresentare. Le cazzate che io stessa ho ripetuto contro il voto utile erano appunto cazzate. La gente - credo- vota chi pensa possa cambiargli la vita e la sinistra- si sapeva- era condannata a non governare. Ma soprattutto quando ha governato non è stata capace di influenzare un processo che fosse uno in modo visibile per le persone- a livello nazionale e regionale.

Insomma ora bisogna tornare a costruire. Su macerie. Ma come? partendo da dove? L'unica cosa che mi viene in mente è quella di ricominciare a conoscere le persone e la realtà senza schemi ideologici. Magari abbandonando l'ambizione di 'cambiare il mondo' ma, magari, impegnandosi a cambiare un pezzetto piccolo del mondo che circonda ciascuno di noi. Come fanno, ad esempio, i volontari del Fai (a Farra di Soligo ci sono stata nella giornata di primavera quando si aprono leporte ai monumenti chiusi per il resto dell'anno). Ad esempio, grazie a quell'iniziativa ho scoperto la chiesa di San Vigilio a Farra

e l'abbazia di Santa Bona a Vidor

e cosa sono i Palù del Piave

insomma un impegno concreto. lavorare per piccoli obiettivi. quello del Fai è solo un esempio. forse anche lontano da quelle che sono le mie inclinazioni. ma quella dei piccoli obiettivi mi pare l'unica strada possibile per ricominciare a costruire la connessione tra la realtà e le idee politiche. quella connessione tra mente e cuore che una sinistra senza più anima, ma troppe anime, tutta cervello e pippe mentali, mi pare proprio abbia perso.

Scusatemi tutti per un post così prolisso e anche per l'assenza abbastanza prolungata dal blog, ma la mazzata è stata proprio tosta!

ps
Il titolo l'ho 'rubato' al romanzo di de silva che mi è piaciuto tanto. se cercate tra i post si vede anche perchè. nel frattempo hoconcluso Sole e Ombra di Cinzia Tani (bel romanzo nonostante qualche scivolata nelle romanticherie), ho letto Il Cacciatore di Aquiloni di Khaled Hosseini (davvero si legge in un fiato, è intenso, ma non quello straordinario capolavoro che tutti dicono, secondo me- so di essere blasfema!!!- a causa di qualche 'sorpresa' che appare scontata sin dall'inizio del libro) e ho iniziato Autodafè di Elias Canetti, che doveva essere un regalo di Natale che però ho ricevuto peril mio compleanno

martedì, marzo 04, 2008

da che parte stai?

come i più attenti osservatori potranno notare contravvengo pienamente e consapevolmente alla regola - fuori la politica dal mio blog- e addirittura lo etichetto questo mio blog.... il che non vuol dire che d'ora in poi dedicherò tutti i miei post esclusivamente a cio'- le oceaniche folle di lettori e net friend fuggirebbero via- ma solo che io credo fortemente che essere di destra o di sinistra significhi anche avere una visione del mondo diversa. ci si può volere bene lo stesso, rispettare e tutto il resto appresso... ma c'è proprio un modo diverso di guardare e stare al mondo che segna il fatto di essere moderato o no
e poi perchè siamo in piena campagna elettorale
e poi soprattutto la voglia di etichettare il mio spazio mi è saltata addosso sentendo calearo a ballarò sostenere che il governo Berlusconi ha fatto cose importantissime per il paese e la migliore di tutte è stata la legge 30... quella sul lavoro per intenderci
e tanto per intenderci... calearo, presidente Finmeccanica, è candidato per il Partito Democratico
quando si dice che il centrosinistra è finito!!! in molti- mi sa- da una parte e dall'altra dicono: meno male

mercoledì, febbraio 20, 2008

verso le elezioni in campania




quest'uomo qui è roberto conte, consigliere della Regione Campania in quota PD alla fine di un lungo e variegato persorso politico(eletto nei Verdi, poi Margherita, poi PD se mi sono persa qualcosa perdonatemi)
oggi è stato arrestato (è ai domiciliari per amor di cronaca) per quella che un tempo sarebbe stata chiamata AFFITTOPOLI CAMPANA, qualche settimana fa era stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa in un'inchiesta della DDA che ha portato allo smantellamento del clan MISSO

al di là della crisi rifiuti e del modo in cui si è deciso di scaricare Bassolino(vedi Fassino a Porta a Porta) e la caporetto elettorale che è più che annunciata in Campania credo che la partita della credibilità verso gli elettori il neonato Partito Democratico se la giocherà nella scelta dei candidati nelle liste alle prossime politiche... che dato il sistema elettorale a seconda della posizione diverrano o meno parlamentari.
sono curiosa di vederle le liste del PD in Campania
anche se non voterò per il PD
sarebbe bella un'operazione di pulizia per poter tornare a dialogare con loro

la politica è fatta anche da queste figure qui: spesso l'attenzione dell'elettore medio è concentrata solo sui grandi nomi (bassolino, de mita, pecoraro scanio per intenderci) ma credo sia importante conoscere anche le vicende di consiglieri e assessori regionali e provinciali, pure comunali va...., per formarsi un'opinione più articolata

il mio discorso non va nella direzione: fa tutto schifo... abbasso la politica

non è così
credo che non sia così
non mi arrendo all'idea che sia così

allora meglio conoscerle anche le vicende dei 'portatori di voti', quelli che addirittura creano correnti.... non ci crederete ma c'è una folta pattuglia di amministratori locali che finora si definivano 'contiani' proprio in riferimento a quel signore lì

copio e incollo il pz del corrieredelmezzogiorno on line sulla vicenda per chi avesse voglia di saperne qualcosa in più

IL procuratore Lepore: la corruzione sta aumentando sempre più
Consiglio regionale di nuovo nella bufera
Ai domiciliari il consigliere Pd Roberto Conte
Analogo provvedimento per l'ex potente funzionario della Regione, Lucio Multari, e per gli imprenditori della security, Buglione


NAPOLI - Una nuova bufera sul Consiglio regionale della Campania. Sei arresti, tutti ai domiciliari, con l'accusa di corruzione. Tra loro c'è il consigliere regionale del Pd, Roberto Conte (ora sospeso dagli incarichi di partito), 44 anni, esponente della corrente rutelliana dei «Riformisti coraggiosi», l'ex potentissimo capo dell'ufficio amministrazione e personale della Regione, Lucio Multari, e i fratelli Buglione, imprenditori nel settore della security.
GLI ARRESTI - Le sei persone arrestate dalle Fiamme Gialle sono, oltre Conte e Multari, il commercialista Giuseppe Ranieri, il medico Emanuele Cameli e appunto i fratelli imprenditori Carmine e Antonio Buglione. Le indagini condotte dalla Procura di Napoli hanno accertato che il consigliere regionale propose nel 2005 di trovare alcuni locali dove collocare uffici del consiglio regionale. Nel frattempo, e prima che iniziassero le procedure di valutazione delle offerte da parte dell’allora dirigente reponsabile del settore amministrazione, Multari, Conte costituì, insieme con gli imprenditori Antonio e Carmine Buglione, la società «Europa Immobiliare srl»: nella società il consigliere non appariva ma aveva inserito come prestanome una casalinga nullatenente. Attraverso numerose irregolarità procedurali, l’ex dirigente Multari - secondo l’accusa - fece in modo da far prevalere l’offerta della società in cui era inserito Conte ed insieme con lui predispose il contratto di locazione nell’ambito del quale si prevedeva, oltre ad un canone di circa 500 mila euro l’anno, una clausola che poneva a carico del Consiglio regionale una serie di spese accessorie quali vigilanza, portierato, pulizia, disinfestazione affidati, senza alcuna gara, in global service al «Consorzio C.e.s.a s.c.a.r.l». che fa capo sempre ai Buglione. In questo modo, hanno sottolineato gli inquirenti, il consigliere regionale ha percepito «vantaggi economici rilevantissimi». Il tutto per dei locali, collocati al Centro direzionale e in via Santa Maria del Pianto, che non sono mai stati utilizzati.
IL CONSIGLIERE «CORAGGIOSO» - Conte, consigliere Pd, era stato indagato il 28 gennaio scorso nell’inchiesta che aveva portato all’arresto di sei esponenti del clan camorristico Misso. Il politico avrebbe ottenuto l’appoggio, anche economico, della malavita della Sanità durante la campagna elettorale del 2001 in cambio di promesse di assunzioni e di appalti per la realizzazione di opere pubbliche e di gare per la fornitura di servizi presso strutture pubbliche. Conte fu, in quell'occasione, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Poco prima, alla fine del mese di dicembre, Conte fu coinvolto in un’ulteriore indagine, condotta sempre dalla procura della Repubblica partenopea, su presunti appalti truccati nel settore degli impianti tecnologici per la Regione Campania, degli estintori e del centro stampa per il Comune di Napoli.


L'EX POTENTE FUNZIONARIO - Un altro degli arresti «eccellenti» è quello di Lucio Multari ex potente dirigente del settore Amministrazione, Contabilità e Gestione del personale del Consiglio regionale, licenziato a fine 2006 «per giusta causa» . La lettera di chiusura del rapporto, davvero clamorosa, firmata dall’attuale segretario generale Roberto De Liso conteneva 12 pagine di durissime accuse. Al dirigente regionale venivano mosse contestazioni pesanti. Sull’operato di Multari c’era, peraltro, già stata una sentenza della Corte dei Conti d’Appello, pubblicata il 28 gennaio 2005, che confermava una condanna «per responsabilità amministrativa gravemente dolosa, consistita nell’aver causato alla Regione un danno di 150 mila euro». Secondo i giudici amministrativi il dirigente regionale avrebbe «inquadrato» prima nella carriera direttiva e poi in quella dirigenziale del Consiglio un «operaio a giornata». Ma questa era solo la prima delle tante contestazioni mosse a Multari. La più eclatante riguardava un pagamento di 40 mila euro e l’impegno di spesa e liquidazione di 1 milione e 188 mila euro prelevati da un «capitolo di spesa inesistente» , il «7000 RP 2004». Nell’ottobre del 2005 emergeva poi che la ditta appaltatrice del facchinaggio e pulizia degli edifici del Consiglio non aveva presentato il certificato antimafia. Qualche mese dopo il prefetto di Napoli, con nota riservata, informava la Regione che « sussistono tentativi di infiltrazione camorristica » nella ditta in questione.

I FRATELLI BUGLIONE - «Ne hanno fatta di strada i fratelli Buglione di Saviano», scriveva il settimanale «L'Espresso» alla fine del 2006. Da piccoli raccomandati di provincia a massimi esperti di sicurezza, micro e macrocriminalità. Con la loro rete di agenzie di polizia, proteggono infatti un terzo di Napoli. Sono tanto stimati che, grazie a una gara d'appalto del 2005, i loro vigilantes sono diventati la guardia privata della Regione Campania. Così ha deliberato una commissione della giunta di Antonio Bassolino quando ha dovuto stabilire chi doveva presidiare gli uffici e le sedi del Consiglio regionale. L'annuncio sul Bollettino ufficiale regionale era tanto stringato che solo gli addetti ai lavori se ne sono accorti. Cinque righe per un contratto da 4 milioni e mezzo di euro. Difendere la Regione a Napoli è come difendere il governatore e i suoi amministratori dalla camorra. Un biglietto da visita di cui vantarsi.

IL PROCURATORE - Niente più mazzette, tangenti, niente più buste e valigie piene di soldi: la corruzione segue altre tecniche che chiamano in causa società occulte tra esponenti della politica, imprenditori e burocrati. È lo scenario tratteggiato dal procuratore Giovandomenico Lepore. «Oggi a Napoli esiste un sistema ben più sofisticato per stipulare accordi tra pubblici ufficiali e imprenditori - ha spiegato Lepore - non vi è più il classico pagamento delle "mazzette" ma, in vista di iniziative determinate o dallo stanziamento di fondi pubblici o dalla rappresentazione, più o meno artificiosa, di esigenze di pubblico interesse, si vengono a costituire società occulte». Di sicuro, ripete più volte Lepore, «la corruzione sta aumentando sempre di più». «Il lavoro è tanto, così tanto che sto pensando di rafforzare, dal punto di vista dei magistrati, la sezione della pubblica amministrazione - ha spiegato - quando, come spero, verrà ricoperto tutto l’organico, vorrei rivedere la situazione perché purtroppo il lavoro è tanto la corruzione si diffonde sempre di più, dai più bassi al più alti strati».
20 febbraio 2008

giovedì, gennaio 24, 2008

Complimenti...


...al senatore Tommaso Barbato, capogruppo Udeur, che oggi in aula ha aggredito - a suon di 'sei un pezzo di merda'- il suo collega di partito Cusumano, reo di avere annunciato il sì a Prodi. Cusumano è stato poi colto da malore.

La signorilità dell'Udeur... pari quasi solo a quella di Mastella che per difendersi a Porta a Porta parla di vicende private di altri...

Lo so, blog leggero... niente politica... mi sono detta: però quando è troppo è troppo

lunedì, marzo 19, 2007

E' LIBERO!!!!!!!!!!!!!!!

DANIELE MASTROGIACOMO E' LIBERO!!!!!!!!!
NON HO MAI VISTO UNA FOTO IN CUI GINO STRADA E' COSI' SORRIDENTE E FELICE. A LUI, DAL PICCOLISSIMO DEL MIO BLOG, UN GRAZIE ENORME PER EMERGENCY E L'INCREDIBILE LAVORO CHE FA DA TANTO TEMPO .
IMMAGINO CHE SE NON CI FOSSERO STATI GLI ANNI A SMINARE I TERRITORI E A METTERE BRACCIA E GAMBE ARTIFICIALI AGLI AFGHANI MUTILATI DALLE MINE ANTIUOMO DIFFICILMENTE IL DIALOGO PER RESTITUIRE MASTROGIACOMO ALLA LIBERTA' CI SAREBBE STATO.
IN BOCCA AL LUPO AL GIORNALISTA MASTROGIACOMO CHE PRESTO SARA' A CASA
QUESTA SETTIMANA INIZIA CON UNA GRAN BELLA NOTIZIA!!!! :)

martedì, marzo 06, 2007

La guerra non è un'invenzione. I giornalisti, nemmeno

Daniele Mastrogiacomo, inviato di Repubblica in Afganisthan, non dà sua notizie dal 4 marzo. Assai probabilmente è stato rapito in una zona di guerra dove il sangue è tornato a scorrere più intensamente negli ultimi giorni, grazie a diversi attacchi sui civili
Non è una fiction la guerra. Nè un'invenzione. A furia di sentirne parlare in tv sembra quasi finire relegata nello stesso spazio mentale delle sit-com,, dei telefilm e, insomma, ci siamo capiti. Poi capita che al tg passino scene di attacchi sui civili, bombe, sangue, orrore........e ti rendi conto che non è come le altre cose che si vedono nel piccolo schermo.... che c'è un fondo di verità e sofferenza assai più reale
Poi capita addirittura che di tanto in tanto un giornalista venga rapito. Ma non quelli che sei abituato a vedere sempre dallo stesso piccolo schermo. Un giornalista che lavora su una cosa arcaica come un quotidiano. Che vola fino nelle zone di guerra per raccontare quello che succede. Uno che non sarà mai famoso come Bruno Vespa o Emilio Fede, ma neanche come Ennio Remondino, a meno che non gli capiti la sventura di essere rapito come è successo a Giuliana Sgrena. Prima di allora quanti conoscevano il nome della giornalista de Il Manifesto? La cosa che istintivamente mi ha fatto più impressione nel leggere la notizia di Mastrogiacomo è stata proprio questa: esistono persone che il giornalismo lo fanno ancora davvero. Per passione, testardaggine, o per chissà quale altro motivo. Cronisti di strada o inviati di guerra che continuano a raccontare, giorno per giorno, quello che succede magari sempre a meno persone---- se uno pensa a quanto poco si vendono e si leggono i quotidiani----- senza stare ad aspettare solo le agenzie da rimescolare, copiare e incollare
Il gusto della notizia, del raccontarla in ogni dettaglio, del prendere sul serio questo mestiere sempre criticato da tanti uno non dovrebbe dimenticarselo. Come ho fatto io negli ultimi tempi.... In bocca al lupo all'inviato Daniele Mastrogiacomo. La sua vicenda ricorda a tutti, giornalisti in primis, che la guerra non è un'invenzione. I giornalisti, quelli veri, nemmeno. Per fortuna.

domenica, febbraio 18, 2007

Wicenza!!!!





Il titolo del post l'ho "rubato" al manifesto di oggi
ed è dedicato a tutti quelli che
immaginavano la violenza
forse se la auguravano
non hanno capito davvero di cosa si stesse parlando
a quelli che vogliono difendere la loro terra
e le loro idee
e davvero non sanno più per chi votare............. un po' come me :)